lunedì 12 aprile 2010


Dopo anni di allontanamento volontario dal mondo religioso , dovuto in buona parte alle letture “cattive” che insieme alle compagnie hanno contribuito a fare di me ciò che sono, giovedì – la sera del giovedì santo- per far felice mia madre e per non finire ,come dice lei, tra le fiamme dell’inferno, decido di andare a messa.
Dopo l’iniziale imbarazzo scelgo un luogo appartato e cercando di dare un tono alla mia figura di agnostico e nichilista , faccio finta di pregare o perlomeno è quella l’impressione che davo alla gente.
Vedendo la lunga fila di persone che aspettavano di confessarsi pensavo che era bello essere cattolici : peccare e poi ricominciare tutto daccapo dopo aver raccontato ogni cosa al sacerdote è un privilegio che solo loro possono avere.
Io invece parafrasando Faber ho licenziato Dio e posso solo sperare nella clemenza e nel perdono delle persone ma so che è un’impresa ardua e allora dovrò fare come i negligenti di Dante : pentirmi all’ultimo secondo e aspettare secoli e secoli nell’antipurgartorio.
Mi direte che sono un superbo e altre cose del genere ma vedere degli individui che alla fine della funzione si azzannavano per un tozzo di pane benedetto e lo divoravano con una ferocia che neanche gli affamati del Burundi, ha risvegliato in me quella sorta di odio verso il genere umano che era andata scemando durante il corso degli anni.
Risvegliato.
Perché stavo abituandomi alla gente, alla sua confusione e al suo parlare anche se non mi trovava sempre d’accordo.
Ma la scena del pane, quel pane tanto desiderato nonostante nelle nostre case abbondi e avanzi, mi ha nauseato.
E così stordito da tanto rumore, decido di perdere gli ultimi brandelli di dignità facendomi venire il torcicollo davanti al bancone del mio pub preferito sorseggiando pinte di Guinness e pensando che la chiesa può fare a meno di me come io di lei.

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