sabato 16 settembre 2017

Chi l'ha visto? Trionfo della pietà o cicaleccio per indifferenti?

 Che un programma che si occupa esclusivamente di assenze venga alla ribalta per un ritrovamento è strano; che si critichi perche svolge alla perfezione  il suo ruolo  di indagatore dell’umana realtà pur nei suoi aspetti più cupi sopperendo, nella stragrande maggioranza dei casi, alla miopia degli stessi inquirenti, è paradossale.
"Chi l'ha visto?", trasmissione già spiona nel titolo, è in realtà un cazzotto dolente, occhi pieni di lacrime che Federica Sciarelli, dopo trent’anni, ha imparato a tener desti e colmi, senza che mai una stilla di pianto  zuppi il macadam della pregiata RaiTre.
Da questo punto di vista -sotto il profilo dell'etica, dell’accuratezza e dell’esattezza concettuale-, l'offerta è giunta al suo meglio, con un profumo di noir che colloca lady Sciarelli tra una sadica poliziotta americana e la più rassicurante Veronica Pivetti di Provaci ancora prof!.
Mossa da irreprensibile devozione altruista, intendo, la fulva Federica alberga saggia l'altra faccia dei congedi, ossia i parenti -stretti o meno stretti- di chi troppe volte non torna a casa. E con la forza di servizi rigorosi, e secchi, vincola il popolo a solidarizzare con gli ignoti e il loro segreto: non più proprietà del loro animo inquieto  ma concreto spartito in cui fare defluire qualunque affanno.
Esemplare, in questo senso, per tempismo e perfezione, è stato il tragico blitz  sul caso Durini, ragazza leccese con morte ombrosa annessa  e inveita deprecabile sotterra.
A portarla alla luce non è stata la confessione di un reo assalito dai sensi di colpa; bensì l’incalzare della cronaca di fronte a infelici frottole.
Piaccia o non piaccia, esalti o non esalti, nessuno anche munito di adeguati plastici ha quest'abilità maieutica nel lusingare l' ambiguità, nel rosolare a rogo pigro l’antropica cruna trasformandola  in cordiale sceneggiato.
Soltanto "Chi l'ha visto?", e il suo alveare laborioso, fa volare e resistere  nel tempo tante storie cupe. E a noi vili ciabattini, sbaragliati dal sentimento, non resta che interrogarci sull'abbondante percentuale di ascolto che queste ottusità antiquate conquistano.
Trionfo della pietà o cicaleccio per indifferenti?


venerdì 25 agosto 2017

Hanno detto che Antonio è tornato in città

Hanno detto che Antonio è tornato in città. L’hanno visto arrancare per le cavità del mattatoio dove ha sanguinato per logorati decenni. L’hanno visto con una borsa dalla trama scura, un po’ sporca. Con i fili che si perdono nei discorsi ancora da fare. Tombe corrucciate nel Segreto, persino le vecchie non sdilinquiscono tanto sull’argomento.   Ne parlano mute, come al cospetto di un’apparizione in fondo attesa senza l’accento stridulo della calunnia. Mugolano solo che è tornato in città e basta.
Qualcuno afferma che è stato in convento, al seguito di una lubrica suora laica, per ripararsi dall’umana fatica e respirare di nuovo. Qualcun altro sostiene che è tutta una balla. Che è stato a Lecco, un impiego dietro le quinte per imparare la sofferenza. Ma ce lo vedete Antonio che si mette a impastar altra piaga che non sia la sua ? Proprio lui che preferisce stare in disparte anche quando avrebbe tutte le carte in regola per ammutolire gli stolti che nelle controversie dall’occhio pigro vomitano Mughini da Campari, convincimenti abusivi.
Qualcuno dice s’acquatti  calvo e barbuto su uno scalino nelle vicinanze. Scrivere poesie su un notes scoperto. Per una donna, pare. Ma forse è  solo una proiezione infante da   serie televisiva anni Ottanta. Un rantolo inverso d’asilo, di senso sfascio. Forse son davvero solo echi di risulta e  titoli di libri da comprare il mese prossimo.
Qualcuno non si ammassa punto sul luogo, dove è stato, ma, chissà perché, virgola avido su come diavolo è venuto. Si spera che Antonio non si smarrisca nel rintracciare, al rientro, il luogo che ha lasciato. Finirebbe per deprimersi e dover ammettere che il luogo non è più lo stesso. E’ forse non è mai davvero stato. Perché stare, è pelle in continua muta.  E pure gli occhi si perdono come biglie ingenue nella routine di uno spiazzo. E mentre gli dicono questo, non sanno, che stanno assordando una nota fuori pasto.
Qualcuno, Antonio, dichiara di averlo visto in un parco, all’ora in cui il sole d’estate comincia a scemare.  Ché a lui lo sapete, non piace la ressa.  
Contemplava la notte alta e fulva insinuarsi lenta nei cavi erbivori. Pareva agognasse qualcosa. Forse braccava solo il minimo pertugio utile a cristallizzare nella mente la luce tragica e funesta di tutto quello che l’aveva portato via da lì.
Qualcuno riferisce che Antonio è ripartito, che qui Antonio non poteva starci più. Che qui Antonio non c’è mai venuto e che a volte è solo la voglia di un lieto fine a stroncare  l’acre anonimato.
Qualcuno dice solo che Antonio è tornato in città. Ed è solo questo che conta quando una storia in qualche modo ricomincia.


martedì 22 agosto 2017

Non finisce mai l’era dei corpi intrappolati nelle macerie

Una stolta fedeltà livella
la tua tangibile diserzione e il tuo ramingo attracco
dall’intima infanzia del tempo tu mi svegli
ispessendo la barba dell’oppressione.

Non finisce mai  l’era dei corpi intrappolati nelle macerie
coscienze che diligenti goderono il loro odore,
qui accantonano tuttora le voci smarrite
e io concio un grido di consapevolezza e grazia.

sabato 19 agosto 2017

Almeno prima del fischio d'inizio

L’onda lunga del caso Neymar ha coinvolto pur di striscio anche il pallone nostrano. E’ poco importa se a far la voce grossa ora son i cinesi. Quel che conta, è che dopo anni di vacche magre, e primitivi prestiti, il denaro è tornato a circolare nelle stanze che conta dando al calciomercato italiano una connotazione mediatica impensabile fino a pochi mesi fa.
Sia chiaro, nulla di clamoroso; quel che basta a garantire la giusta altalena, l’effettivo pathos a un pallone che sino all’anno scorso dopo pochi sminuzzati spezzatini già sapeva di muffa.
Stavolta non sarà così. Perché chi doveva rafforzarsi per darsi un volto più europeo non l’ha fatto (la Juventus su tutte) chi doveva recuperare qualcosa non potendo rivoluzionare reparti ha conservato a dovere (Napoli a seguire), ritoccando il giusto (l’Inter a sorpresa).
Certo ci sarebbe il Milan. Ma i tanti cambi  esigono  giusti tempi e spazi ampi. Tranquilli.  Li avranno tutti. Perché il calcio non è una scienza esatta. Almeno fino al fischio d’inizio della prima giornata di campionato. Almeno fino al termine di queste pagelle di mercato.
Buona lettura!!!



Atalanta 6.
Se nel calcio ci fosse davvero spazio per le favole sarebbe bellissimo scrivere che la Dea ha tutto per confermarsi e far bene anche quest’anno che c’è la Coppa Uefa (no ragazzi: Europa League proprio non mi piace).
E invece no.
Ai ragazzi di Gasperini è mancato il tempo di un effettivo consolidamento. Il mercato è arrivato prima togliendo certezze (Conti, Kessie su tutti) e inserendo carneadi in fascia (Castagne), e polmoni di ritorno al centro (De Roon) ;sulla trequarti la ciliegina slovena Ilicic.
Proprio così male no di certo.
Però se ti sfilano dal mazzo Spinazzola all’ultimo  istante per un  Laxalt ancora da venire , qualche incognita in ottica Coppa – campionato c’è ed è inutile nasconderla.

Benevento 5,5.
L’entusiasmo di una neopromossa meriterebbe la sufficienza d’ufficio.
Però, pur  rilevando con piacere come la dirigenza beneventina non si  sia fatta invischiare in chimere dal periglioso alone esotico puntando su nomi esperti (Costa in difesa),  e dal luminoso futuro (Cataldi a centrocampo )   tutti italiani manca tuttora qualcuno che possa assicurare punti e gol pesanti in area di rigore e Coda proveniente dalla Salernitana, sembra  solo il classico bomber di categoria .  La B appunto.
Più di una serie una fine. Brutta. 



Bologna 6.
Quando i soldi non fanno la felicità, ma danno sicurezza t’adagi in poltrona e più dell’acqua non chiedi ti ritrovi di sicuro  a guardare il Bologna .
Una squadra gloriosa passata attraverso stagioni nerissime che patron Joey  Saputo a forza di dollari e mozzarelle ha rimesso in piedi alla grande garantendo sempre stagioni tranquille e oneste. 
Fin troppo se in panchina hai un signore che si chiama Roberto Donadoni .
Se vogliamo trovare un problema sotto  il cielo felsineo, è proprio questo;
L’annosa assenza di reali obiettivi svacca l’esistenza e ammoscia qualsiasi libidine. Non può garantirla l’operaia geometria di Poli, né il guizzo veterano di Palacio. Tranquilli: c’è sempre Destro a rinverdire i prodromi di una sua effettiva rinascita.
C’è tempo però anche per questo portento perché sarà salvezza comunque.


Cagliari 6.
Dopo i botti di l’anno scorso triste questa estate blanda.
 Andreolli e Cigarini non accendono stelle in paradiso e lo strappo con Borriello lacera il cielo e ruba il sonno a un’isola felice. Peccato.
Sarà comunque salvezza ma stavolta col brivido.

Chievoverona 6.
Meno male che il Chievo c’è. A ricordare che il calcio non è solo  esose plusvalenze  economiche e misteriose fidejussioni bancarie.
Meno male che il Chievo c’è  a ricordarci che il calcio è sudore e appartenenza. A insegnarla bomber di razza, è rimasto solo Sergio Pellissier. Da quest’anno avrà accanto Pucciarelli .
Faran benissimo e Rolando Maran in panca garanzia di successo.


Crotone 6.
Il diesse Ursino quest’anno ha fatto mercato. Questa, dopo le difficoltà dello scorso anno, è già una notizia. Son andati via Ferrari in difesa e Falcinelli in attacco. A rimpiazzarli l’albanese Ajeti in difesa e soprattutto in attacco il mai troppo rimpianto bomber croato Budimir.
Niente male per un Crotone che quest’anno ha tutte le carte in regola per salvarsi in fretta e con stile.
Interessanti in mezzo gli arrivi di Izco e Mandragora. Il giusto mix di gioventù ed esperienza utile ad un tecnico come Davide Nicola concreto e rampante. Come questo Crotone in effetti.





Fiorentina 5,5.
Dopo la lunga fuga estiva di tutti i big della squadra, l’arrivo di Benassi e Simeone junior non può autorizzare voli pindarici ad una squadra quasi tutta da ricostruire. Corvino ci sta mettendo creatività e intuizione, ma augurare a Pioli una stagione serena è un azzardo. Proprio come questa Fiorentina purtroppo.


Genoa 6.
Il Genoa è sempre un fascinoso mistero. Il vizio estremo di cambiar tutto all’improvviso guasta l’anima e appanna la vista ad una squadra che avrebbe tutto per sorprendere e stupire ma poi delude.
Quest’anno ha vinto la concretezza e apparte i ritorni di Bertolacci e Centurion Lapadula assicura gol e profondità in area di rigore.
Non in classifica però dove il Genoa galleggerà tranquillo e sereno.

Hellas Verona 4. 
Morto Romero il 16 luglio scorso, i tifosi del Verona non meritavano un triste remake de La notte dei morti viventi del 1968.
Anche perché siamo nel 2017 e presentarsi ai nastri di partenza del massimo campionato con i soli Caceres e Cerci conciati rinforzi è condannarsi in partenza.
E’ questo non è un film bellezza. Fa solo orrore.


Inter 7.
L’altra milanese ha speso di più d’accordo. Questa ha comprato meglio comunque scegliendo ritocchi mirati e giudiziosi.
Borja Valero al centro non l’ha nessuno e Spalletti in panchina è garanzia di creatività e successo.
Motivare un sicuro partente come Perisic un segno importante di cosa vuol dire avere un allenatore vero in panchina.
Se il giochetto riuscisse anche con Jovetic pensare allo scudetto non sarebbe un azzardo. Anzi.

Juventus 7.
Non si può dar di più a una squadra che in sede di mercato qualche cosa in più doveva farla per stare al passo delle big europee.
De Sciglio, Matuidì, Bernardeschi e Costa in un torneo al piccolo trotto fan bene, ma in Coppa non garantiscono trionfi.
Era ed è, molto difficile migliorare questa Juventus, ma indebolirla ancor di più. Incaponirsi nel non sostituire Bonucci è da sciocchi. Farlo all’ultimo tuffo come una neopromossa qualsiasi, da ritardati.
Così s’azzarda troppo e anche il dominio domestico per la prima volta dopo sei anni è a rischio.

Lazio 6,5.
Leiva per Biglia e un trofeo in bacheca. Non si fan scialacqui in casa Lotito ed è giusto così.
Soprattutto quando si ha un tecnico che i rinforzi li porta da casa, li mette in campo e risolvono le partite (vedi Murgia in Supercoppa).
Così vincere è più difficile. Ma che gusto ragazzi.

Milan 8.
Non solo soldi ma anche qualità sulla Milano rossonera.
Bonucci, Conti e Chalanoglu schiudono traguardi insperati alla squadra di Montella.
Il fatto che l’elenco continui offre la misura di quanto ci fosse da fare in casa del Diavolo .
Fassone e Mirabelli non si son tirati indietro. Han speso tanto e bene. Vincere è quasi un obbligo.

Napoli 7,5. 
La meraviglia partenopea avrebbe meritato voti più altisonanti.
Aver tenuto tutti i big un capolavoro.
Non aver azzardato qualcosa in più in sede di mercato nell’anno in cui la Juventus poltrisce l’unica pecca in un altro anno da sballo.
Garantisce Maurizio Sarri.

Roma 6,
Nell’anno post – Totti un ridimensionamento è dietro l’angolo. Monchi è una pezza di lusso ma lui in campo non va.
Pellegrini in mezzo è un bel ritorno ma per lo scudetto ci vuol altro e per Di Francesco sarà difficile tener sempre la barra dritta e non aver (ancora) sostituito Salah una pecca decisiva in termini di squadra e d’ambizioni.

Sampdoria 6.
Telenovela Schick a parte, aver venduto il funambolico Muriel per Caprari qualche dubbio lo lascia. C’è Ramirez per Fernndes ma tanto non sposta. Da seguire con attenzione anche in ottica azzurra Ferrari per Skriniar.
Tante premesse che Giampaolo saprà di certo svolgere con dovizia per un campionato senza infamia e senza lode.

Sassuolo 6,5.
L’orgoglio tutto italiano del Sassuolo merita sempre qualcosa in più.
A incoraggiarlo quest’anno è giunto Goldaniga difensore che in un ambiente più sereno del derelitto Palermo dello scorso anno può far tanto e bene.
Via Defrel è tornato Falcinelli. Con Berardi già promette scintille e una stagione alle spalle  delle grandi per il Sassuolo  non è utopia.

Spal 5,5 .
Lo ammetto: la compagine ferrarese mi è simpatica. Sul mercato s’è mossa anche bene acquisendo l’esperienza di Felipe in difesa e la classe di Viviani a centrocampo ma puntar tutto in avanti su Paloschi che è un anno e mezzo che non segna è fantascientifico.
Da tenere assolutamente Antenucci che a differenza di Coda del Benevento, per la A è prontissimo.

Torino 6,5
Il presidente Urbano Cairo dopo essersi assicurato Giletti e Guzzanti per la 7, non ha lesinato neanche per il Toro e cessione di Benassi a parte con Sirigu in porta, N’Koulou in difesa e Rincon a centrocampo ha sicuramente migliorato i granata. Con Belotti ancora al centro la Torino granata può vivere un anno da protagonista.

Udinese 6.
Dopo anni in chiaroscuro l’Udinese può riscoprirsi grande. Scuffet in porta, Pezzella in difesa Berhami in mezzo e Lasagna in avanti non potranno far rivivere i tempi delle Coppe in televisione e i gol a grappoli di Di Natale ma possono schiudere orizzonti rosei.

Quelli di cui noi tutti (stragi spagnole a parte e con la VAR in arrivo), abbiam bisogno in questo lungo intermezzo in cui la vita, quella vera, ancora latita.

mercoledì 26 luglio 2017

Quattro anni sai

Il 26 luglio, ridà
orfana chiusa, piano
un versante, rilievo
di parte, finora
inutile,
ma possente come una roccia,
scaltrita punta;
che intensa smania
di star qui ancora,

daino lambisco dal tratto morbido,
come fosse casa questo lasso inverno,
di sonni koala l’occhio lesso,
di mendicanti ogni giorno un piattino d’oblio fumo,
delucidato  con i gomiti, le palme delle mani e le dita,
di muso empireo,
testando beatitudini
da asceta classico.
Quattro anni  sai, han infiorato una giungla, dai ridondanti,
esiti.
Ignavo ai posteri,
traino onusto peso,
ratto grifo dal limo pantano.
Amabile brenna degli avi,


convogliati alla rinfusa
filando al fine,
di capi al vento.

lunedì 29 maggio 2017

FrancescoTotti

FrancescoTotti: una cantilena da scrivere e pronunciare tutta attaccata come una preghiera laica e patronale insieme perché inglobante l’anima di un popolo, una regione da sempre capitale di una rivalsa altruista disposta com'è a farsi ammirare da secoli da chi, inebriata dalla sua millenaria bellezza, ne oblia affrettata e indifferente le cicatrici.
Una svista tutta umana come il frutto di quest’amore fanciullo e testardo che il Pupone ha cullato  fino all’ultimo pur ora che è marito e padre.
Perché è umano troppo umano sciogliersi nelle lacrime di un popolo intero  rintracciando in quella universale  aspersione  il mare di un  amore smisurato; iniziato vagito di bimbo  nato incanto,  e finito strazio sba
ttuto al tappeto di una non più rinviabile presa d’atto che fa grande chi non s’è mai voluto elevare al soglio dei grandissimi,  e s’è involato solo spinto dal vento di una verde speranza di gloria casalinga ruggente furore di una rappresaglia atavica nei confronti di squadre più potenti e assistite;
Golpe riusciti solo a tratti perché Juventus, Inter con i loro cicli (e il Milan con le sue Coppe), son state più forti e aliene da quel bruciante candore che fa deboli le gambe nei momenti meno opportuni, sfuggendo quanto forse FrancescoTotti e la Roma avrebbero meritato.

Ora che tutto è finito, tra lettere accorate e abbracci rubati alla grammatica di un inevitabile commiato, nessuno potrà dimenticare quella folgore che appiccò il fuoco un giorno senza lampi l’istante del sedicenne e marzolino debutto, nessuno potrà dimenticare come sembrò diverso il cielo all’improvviso quel giorno di giugno scudetto, nessuno potrà dimenticare il suo sorriso appiccicato al buio degli specchi di una vita tutta da illuminare ora, senza  più calzoncini e maglietta  .
Tutti vorrebbero affidare l’oblio al dispiacere, quel lentissimo cadere nel vuoto, lacerante più dello stesso morire.
Tutti vorrebbero disfarsi di quel dolore, passarlo ad altri, come FrancescoTotti  ad un certo punto ha fatto verso un bimbo undicenne diluendo così un languore immortale.
Non possono, non potranno, perché l’amore non è umano;  viene dal tempo, viene dagli dei, e ingloba in sé la tua vita, ogni vita come una finta in una morsa inesplicabile e arresa ad un fluido che ipnotizza: questo amore  bagliore violento  e stordente.
E’ come il viaggiatore sente il mare, nel sangue ancora prima di avvistarlo, tutti loro sentiranno ancora e sempre al solo tottiano rammento una querula agitazione.
Chiuderanno gli occhi e rivedranno le lacune, sagome isolate prima del suo unificante avvento: e d’improvviso non vedranno più quella nera poltiglia, quell’infinito vuoto come spazio.
Vedranno i suoi occhi, perché l’amore da iersera ha il suo sguardo smarrito nel crepuscolo.
E la parentesi aperta venticinque anni fa, brillerà ancora cifre, goal e record, e ancora assommerà e incoraggerà vita, pur in questi tempi colmi di schemi instabili.
Non ha trovato eredi FrancescoTotti nonostante l’auspicabile, rinnovato e ottimista Insigne.
E continuerà ad essere .
Da questo mastodontico strappo, prenderà linfa nuova: fiume impetuoso e travolgente,  celebrata icona muta e incisiva.
Un giorno, sfiniti gli argini del pianto, dovremo serrare le porte , o spalancarle di nuovo lasciandoci  invadere:
Sarà tempo d’amore, sarà tempo di te, di noi, di tutti, di Totti. Francesco per sempre CAPITANO delle nostre anime che un giorno, osammo sfidare questa vita, che del sogno,  purtroppo, è solo chetichella.




sabato 27 maggio 2017

Insinna sei fuori!!!!!!!!

Questo blog , è nato sette anni fa,nel 2010
il suo obiettivo era l’osservazione dell’umano errare fiduciosi il 2012 fosse solo una bubola catodica.
Il 2012 è giunto e pure passato e un lustro dopo c’è ancora chi la fa fuori del vaso; e non è proprio un bebè.
Obbligatorio  quindi,soffermarsi sul caso Insinna.
 Lo confesso: provavo una simpatia immediata, costante, non soltanto professionale ma anche umana e personale nei confronti di Flavio Insinna.
In realtà i Pacchi, dopo Bonolis, non mi hanno mai avvinto .Però,  c’èra in lui, come in pochi altri, la traccia forte e indelebile della persona a modo, brillante quanto a simpatia e al tempo stesso carica di sensibilità e talento;
al di là, intendo, di ciò che facesse di mestiere, dei pacchi quotidiani e dei copioni buoni e meno buoni che recitava altrove.
Per tale ragione, quando quest’uomo affronta sentieri imbarazzanti mi spiace, e penso che in un altro mondo e con una tv diversa il suo destino sarebbe stato diverso;
non soltanto figlio della gara allo share, ma anche ispirato all’espressione di una qualità cristallina.
Tutti ragionamenti -si fa per dire- che deperiscono di brutto quando apprendo il l’abisso dialettico in cui, è cascato fuori scena, dietro le quinte dove al solito, si plasmano le fondamenta di buoni programmi.
Ora chiedo a voi tutti AFFARI TUOI era un buon programma?,
Riflettiamo insieme: banalità dell’impianto, comitive di instabili assoggettate a un meccanismo pilotato sicuro ad attizzo di share e così via di finzione inquadrando.
E come non bastasse, a rendere superfluo questo format , è giunto il salasso di puntate speciali sempre scadenti nei risultati. Sintagmi di un programma in crisi
Che malinconia…
No, sul serio:
stipata di tristezza, e di voglia di aria nuova, la mano con cui scrivo invoca l’apertura delle finestre, propedeutica tra l’altro a un’eventuale destituzione dell’Insinna furioso e baro.
Anche perché, tra persone perbene, non si fanno brutte cose imbarbarendo d’insulti una concorrente colpevole di non esser accattivante.
Così -è vero- si accarezza il crine degli ascolti, e probabilmente si può fingere che Raiuno risplenda, ma la verità è che si rinuncia alla missione della prima rete:
che sarebbe, per i dimentichi, quella di unire la creatività all’onere del commerciale.
Qui invece di sfavillante c’è giusto la maleducazione Insinna:
fanatico, del potere, rado che lo serra.
Ricordo a tutti che la Maya è stata scacciata per una tetta esondante
Ma può la Natura vergognarsi di sé stessa?
Può la villania arruffianarsi di nascosto?
Sia chiaro: questo non esonera Striscia dal suo fare furbetto e in fondo sciagurato pregno di rancore e (forse invidia-
Ma Briatore scuserà:
Insinna sei fuori!!!

lunedì 22 maggio 2017

Si dicono trentatré, si festeggiano sei si ringraziano tutti



Si dicono trentatré, se ne festeggiano sei consecutivi, si ringraziano alla penultima giornata due Mandzukic e Dybala. E in fondo, è giusto così. Perché se la Juventus quest’anno ha vinto e convinto, il merito è proprio della crescita imponente e prodigiosa dei due attaccanti bianconeri.

E dire che così non doveva essere complici musi lunghi (Mandzukic ), fastidiosi infortuni (Dybala).



Troppo clamore e grano si portava poi dietro quel Gonzalo irsuto tondo e decisivo giunto sclausolato e sorridente a sdraiar cabale estive dove Benatia, Dani Alves, Pjanic, Higuain, (a non dire del conteso e sfortunato Piaça), mietevano facili consensi e sicuri trionfi.



Così non è stato, non subito almeno.

Perché adattarsi a una maglia nuova, è un tratto difficile e orizzonti diversi dove Higuaìn ha fatto l’atteso, decidendo guizzo scaltro e insensibile, contese dove il cuore, un tempo tinto d’azzurro, avrebbe tremato.

Non è stata il rullo compressore pensato estivo questa Juve, ha amministrato quasi innanzitutto favorita - questo è basta – dall’andamento lento e incidentato di tutto il resto. Moscio, soporifero pure troppo.



Ci voleva quindi la mossa a sorpresa, il colpo di genio quello in grado di modificare lo spartito e dilatare una stagione verso quella coppa dalle grandi orecchie attesa da vent’anni.



Allegri, non più il bello e scanzonato giovanotto capace d’altalenanti e pretestuose malie suburbane in calzoncini e maglietta, l’ha fatto assecondando le propensioni d’una squadra non più verdissima innestando a uno smoking perfetto e inappuntabile come il 3 – 5- 2 di Contiana e agghiacciante memoria quelle ali (Cuadrado l’unica vera), un tempo destinate a scardinare aree intabarrate ed ermetiche all’ultimo tuffo liberando la personalità istrionica e dominante di Dani Alves da mansioni rustiche e operaie e rivelando al mondo per intero quel gran portento di corsa e muscoli anch’esso verdeoro di Alex Sandro.

Tutto fantastico, bellissimo, incantevole e via d’aggettivi scialando;

Tuttavia per alzare gli occhi e sognar l’Olimpo ci voleva qualcosa di più.

Quel più, crestato e croato fino a dicembre s’immusoniva, persuaso cinese, in panchina.



Poi Firenze ha scritto un’altra storia e ribaltato novella consigliando ad Allegri provvido e alienato l’illegale e disumana trovata Mandzukic in fascia, sguardo killer a rincular caviglie, cuore da carpentiere a stuccar crepe e piedi da ballerino a piroettare proficuo e intenso con quel ragazzo smilzo e fotogenico che il tango lo conosce a menadito non solo perché argentino.

Quel Paulo Dybala da quest’anno consacrato ad autentico contraltare umano di quell’extraterrestre autistico e meccanico di Lionel Messi.

Perché Paulo almeno sorride oltre a far gol da applausi.

Lo può fare perché a centrocampo seppur ridotto a due Khedira e Pjanic valgono cento e quando il tedesco d’origine iraniana manca Marchisio è ricomparso presente e pronto ad abbracciar l’immediato futuro



Il presente sa ancora di Buffon, Barzagli, Bonucci, Chiellini, cantori calcistici di quelle filastrocche che iniziando in testa finiscono in campo prima di un nuovo trionfo scrivendo la storia.



Come accaduto ieri, abbattendosi impietoso sull’orgoglioso ma pacifico Crotone del filosofico e azzardato Nicola. 

D'altronde,    il bisogno d’obbedire alla storia non abborda astrusi sofismi.



Si dicono trentatré, si festeggiano sei sì, ringraziano tutti infine. 

 Anche il moccioso italo ivoriano Moise Kean primo 2000 della storia del calcio italiano a scendere sul rettangolo verde della serie A.



Di queste primizie si nutre la storia.



S’attende la leggenda.





Ma per Cardiff e il Real, per fortuna c’è tempo. 

giovedì 20 aprile 2017

L'ombra agra del ”chi sei?”

Aprile sciatta futuro.
E guasta squadrare la parabola perplessa del redante:
lo riconduce all’oblio l'ombra agra del ”chi sei?”,
una ragna che frena la sua voglia di avanzare là, dove l’abisso si prepara a voltare.


martedì 18 aprile 2017

Lo sfregio della morte di Gianni Boncompagni

Allo sfregio occorre rispondere con altrettanto smacco. Quello generante  al solito,sconcerto e sorpresa.
Solo così ci si riprende dall'’insulto e si procede all’ossequio di Gianni Boncompagni, che a dispetto del seguito e quasi boccaccesco cognome di compari ne ha avuti pochi, pochissimi.
A dirla tutta poi, sempre di quelli si parla e si è spettegolato in queste ore di universale congedo.
Arbore innanzitutto. Senza calcolare la debita differenza, esistente tra loro,   spesso i due si son confusi, mescolati, ammassati in un amplesso non sempre docile ed efficace rappresentando comunque  il dualismo alacre  e laborioso  dell’intestino del Paese uno  (Arbore), l'elegia del conformismo , lo stereotipo tradizionalista, l'approccio borghese di "Quelli della notte" – riluttante l’aggressione  sarcastica al contemporaneo, ma racconto intelligente del reale-, senza dimenticare l'invecchiamento apatico di chi, dai lussi di "Alto gradimento", è scivolato ai ranci dell'Orchestra italiana, vera e propria spanciata di pomposità vesuviana.
Boncompagni, invece, ha coraggiosamente e inevitabilmente -visto il soggetto- battuto nel tempo la decadenza dell'essere, la pochezza delle nostre presunte qualità nazionali -svendute tutte e subito al primo offerente-, incorniciando anno dopo anno il tema più contemporaneo e dolente  che possa essere rappresentato: quello del vuoto, del nulla. Della danza attorno a un baratro sempre più ampio e fondo.
Questo, e nient’altro, spettri del nostro cataclisma, sono stati Ambra e le bamboline di "Non è la Rai", la Raffaella Carrà che contava i fagioli all'ora di pranzo, la Parietti del non obliabile "Macao" -vera e propria chiavica postmoderna-; e anche Piero Chiambretti, che con la regia di Boncompagni ha  rivelato la sua vera anima: non certo  pestifera  e canaglia, com'era apparso da principio, ma mite e massificante come s'è visto poi.
Avrebbero dovuto premiare il soldato Gianni, con una medaglia d'oro, per l'assoluto onere dolo- nel documentare l’indigenza italica. E, affidargli, magari, un ultimo e folle programma, dove raccontare in vecchiaia anche lo strazio corrente.
Avrebbe potuto, e lo avrebbe  fatto benissimo.
La morte è giunta prima però, a cavare ogni scialo.;
siamo in Italia comunque e va bene che non tutto sia opportuno.

Pure questo in fondo.
(Forse).



venerdì 7 aprile 2017

Sette anni di Arazzi e Scazzi e voi tutti

Sette anni. Di Arazzi e Scazzi e voi tutti .
Potrei adesso  esondare in  sussiegosi salamelecchi e fare il giro d'ogni tana da dove  è venuto e gradassa  il vostro eco.
Ma non so farlo: son piccolo e discreto
Vi abbraccio tutti però con un GRAZIE enorme sulla porta 
( Mi raccomando falangi svelte: dateci dentro con la torta chè si continua con la malia della parola e ci sarà bisogno di un sacco d'energia per portarla a spasso!!!!!!!).

mercoledì 5 aprile 2017

L'anno al contrario

Il dramma cari  lettori,  è semplice.
Spiego.
Tra poche ore è il mio compleanno ma siccome non voglio pensarci metto al contrario il calendario e m’invento un’altra vita.
Così facendo invertendo l’anno di nascita  scopro che ...

Ho compiuto  ottantanove anni  venerdì scorso. Se non fosse per questa tastiera che tempesto di voglie non ci sarebbe molto per cui attizzarsi. Ho perso mia moglie tre  anni e mezzo fa. Il 19 luglio 2013, e non vivo più. Chè la tastiera è solo un rigo giustificato di rimpianti. Per cui è onesto annullarsi a questo punto e digitarlo in maiuscolo IO NON VIVO. Digito la vita: questa  sera  sa di nebbia e di vecchi treni presi in un'aurora livida e fumosa.
E, come Proust, posso riscoprire il gusto perduto, quell'amore sotto pelle che non sapevo neanche cosa fosse, le ragazze sedute sui ginocchi nello scompartimento affollato.
Non mi vedo ma sento è già questo respirare plurimo giustifica azione..
Lentamente la nebbia svanirà e mi rivelerà questo presente.
Le ragazze saranno ancora là, su quel treno che viaggia verso l'alba.

Risp

martedì 21 marzo 2017

Non c'è calamaio nell'escrescenza di una faida

Non c’è calamaio nell’escrescenza di una faida
Solo pareti da stuccare
Nel plumbeo di un abbandono
Piombato di saliva
China su una  sciatica presenza
In sghemba adesione
Di uno scollato scomparto
..
.
Assente, serto laterizi frizionato nel vuoto di uno strazio

Scrivo per quel che non c’è e sbuffando sbatte la porta.

mercoledì 8 marzo 2017

La fola del fiorire

Un ristagno di corvi
al tristo dei picchi
vela di rea fatica
la fola del fiorire.

E la rivolta trabocca
prologhi mortiferi
in testa.

domenica 12 febbraio 2017

La quinta serata del Festivak di Sanremo e l'anteprima carnascialesca di Occidentalis' Karma

Namasté, alé!
C’è voluto un sacco di valeriana e un bidone di collirio, ma alla fine la rivoluzione tanto vaticinata è avvenuta: la scimmia ballerina ha battuto i cani striduli di queste sere issando sul gradino più alto del podio del Festival di Sanremo letizia, ironia e contemporaneità davanti alla venerabile  ma scontata Mannoia e al coraggioso e selvatico Ermal Meta.
La questione, storcerà la corda vocale di qualcuno, (Al Bano in primis), ma istantanea alla perfezione il desiderio rispettabile ed umano del popolo italiano di fuggire dal pentagramma dell’ovvio per affrontare  ballonzolando, le proprie frustrazioni: calce viva di un Italia dove se è vietato morire come canta esatto Meta, non  si vive comunque tanto bene.
Aspettando il carnevale, niente male come anteprima.
Applaudiamo quindi con forza colui il quale ha onorato estro e intelletto stornando dalla gloria ugole e volti celebrati da una fotogenia miope e spicciola, riscattando in parte, fragilità ataviche del tubo catodico schierante sul palco, mutilati, soccorritori, stacanovisti, vecchi, bambini, laboriose e turbate levatrici; manovali inconsapevoli e travagliati di una solidarietà da divano molesta e greve.
Ma d’altra parte quando punti tutto su Maria la  sciagura alza share è dietro l’angolo.
Sul palco restano il romanticismo sempreverde di Zarrillo e la bellezza assunta e inedita di Paola Turci, l’irriducibilità accigliata e meritevole di Marco Masini e il sacco dell’immondizia indossato con immensa grazia e somma bravura da Giorgia.
 Come dite? Tutto il resto?
Rastrello e spazzatura.
Su cui ora Francesco Gabbani e la sua scimmia  balleranno   nudi e vittoriosi consapevoli comunque che la loro affermazione è l'eccezione, non la regola.
E aspettando Carnevale va benissimo.


sabato 11 febbraio 2017

La quarta serata del Festival e il viscido impiastro del sordo cinismo

Un viscido impiastro è il sordo cinismo. Un additivo
provocante scollamento, dissociazione, scazzo.
Scorso il fremito pettegolo del debutto, archiviate le birichinerie linguistiche di Francesco Totti Sciopè e le farinose confessioni di Keanu Reeves, sorvolando snelli   rivedibili sperimentazioni si è giunti alla riproposizione dei cosiddetti big.
Una peperonata di suoni davvero indigesta, non lenita purtroppo, dal trionfo del giovane Lele . scontato come quasi tutto in questo Festival cui non è bastata la contemporanea ma giusta eliminazione di D’Alessio, Al Bano, Ron, per rifarsi una credibilità e aprirsi  davvero al nuovo.
Quale vien da chiedersi in tanta prostrazione testuale e scoraggiamento artistico?
Perché fra tanto orgoglio femminista dilagante è ancora l'amore a fare tasto e testo
Perché il tempo passa ma  la cosa che vorremmo è sempre la stessa:
Amore appunto. E spazi  abbastanza grandi da viverlo   
Non  per pura pena creativa ed esistenziale
Ma perché  dondolarsi nel’attesa di ciò che non c’è,  val più della  somma fatica di cercarlo.
Come farlo d’altronde in un mondo diffidente,  macchinoso, insensibile, sporco, zotico e autolesionista che vede nell’amore la sua unica ancora di salvezza?
E poco importa se a cantarlo sia l’ingrigito Zarrillo o  l’esangue Bravi.
Ciò che importa, (e un po’ lagna) è che  nel 2017 che sogna indipendenza e banda larga e ancora l’amore a catturare attenzione
Propellente perfetto per l’ itinerario dello  statico duo Carlo & Maria attraverso lassi di governi ambigui, gestioni ipotetiche e molta paura di finire.
E se poi Ermal Meta canta di brutalità domestica, o Francesco Gabbani irride   scimmiesco, spiritualismi fragili con la sua "Occidentali's karma", trattasi di eccezioni in uno show punzonato dall’ artificio annoiato  di Fiorella Mannoia, dal rock sensuale  di Paola Turci e dalla trasformazione del coolissimo  Samuel, passato da frontman dei Subsonica a canzonaro  leggero e cappelluto.
Fine pena mai ha scritto fuori dalla sua sorridente cella la quarta serata di Sanremo.
Meschinità e terrore son dentro di noi trovando sul palco di Sanremo, consona estensione, straniante accompagnamento.
Quasi un sollievo a questo punto, sorridere  insieme a Virginia Raffaele  in gambissima (non solo per effettivo e luccicante talento), con  la sua spietata e tentatrice Sandra Milo,  senza  star a titillare il pelo sulla presenza di Marika Pellegrinelli in Ramazzotti   (dopo le anonime francesi della terza sera va bene tutto), e affrancarsi una buona volta dalla sfilata di dolore che Maria  a ufo  passeggia tra una stecca e l’altra.
Ieri è stato il turno di nonno e nipote presenta alla strage di Nizza: sgambato peraltro.
 Tutto mestamente impudente. O forse solo cinico. Vedi sopra.


venerdì 10 febbraio 2017

La terza serata del Festival di Sanremo e l'onusto masso della nostalgia canaglia

Lungo viale di maldicenti note, Sanremo si prende una pausa dalle proprie modesterie cantanti concedendosi uno struscio deciso e scaltro  contro l’onusto masso della nostalgia canaglia.
Non solo omaggio all’Al Bano presente e  tenue di queste sere ma perché tipico del passato è la capacità d’attaccarsi al midollo rappresentando testardo se stesso e poco importa se hai 105 anni e non si capisce nulla di  quanto rantoli. Un mazzolino di fiori per l’andato a Sanremo ci sarà sempre. Se poi esistono levatrici capaci di sfornare settemila bimbi in anni di accudenti  mattane un motivo, (come cantava Celentano nel 2005), pure.
Quale?
quell'incapacità globale di guardarci addosso, e di accettare la vergogna per tornare alla dignità.
Assai più facile, invece, è mascherarsi in qualche modo e tirare avanti.
Non a caso, "il Festival di Sanremo  è un programma campione d’ascolti.
Consolatorio e sciocchino assieme, racchiude il cumulo delle paure che ci portiamo appresso:
Schiuderle sorvolando su un’intesa Conti – De Filippi ritrosa e inconcludente (dopo tre serate si può dire: i due avvezzi centravanti d’area   di rigore e luci della ribalta, insieme si pestano un po’ i piedi penalizzandosi a vicenda), è stato salutare, sorprendente e prezioso.
Come altro definire  l’”Amara terra mia” di Ermal Meta millenaria matrona di voglie sensibili e presenti, oppure “Le mille bolle blu” di Lodovica Comello brava a gorgheggiare sul passato e pronta a lanciarsi sgambettante e allegra verso un luminoso futuro riscattante intera l’abulia tenera e sospesa della sua canzone in gara.
Perché poi il pericolo di una cover ben eseguita è proprio questo: farti dimenticare tutto il resto.
Come non detto o non scritto se volete andando avanti.
Ad evitare il rischio ha pensato  male la “Sempre e per sempre della Mannoia forse troppo sicura di vincere da non uscire dall’equivoco di un De Gregori affettato e di massa o la lesta “Minchia signor tenente” reinterpretata da un Masini voglioso di piacere alle giovani generazioni tanto da omaggiare Giorgio Faletti con una cadenza da tapis – roulant ,surclassato comunque, dalla sensualissima e combattiva  Paola Turci di queste sere  lei sì davvero emozionante a dir poco  e che  l’Atzei  ( che forse si crede una figa ma non lo è) dovrebbe imitare o meglio, prendere ad esempio senza magari atteggiarsi (mio Dio!) a Orietta Berti due punto zero.
Perché poi le strade dell’arte son due o rivoluzionanti aggiungendo dote e personalità, oppure molestanti la culla della memoria ninnando ad ogni apparizione sanremese  vacue note d’esangue intrattenimento.
 Bernabei ad esempio, in questo svagato  box  sta invecchiando loffio  e nemmeno stavolta s’allontana dal sicuro gingillo di una nenia foruncolosa e infante distruggendo quanto di maturo e tagliente c’e nella “Un giorno credi” di Bennato.  A non dire dell’”Immensità” di D’Alessio gran prova al piano ma il resto? Boh e pure mah.
Perché poi arriva il fischio antenato e consapevole di LP, o il lunare momento di Mika a mostrare la differenza tra quello che vorremmo essere e  purtroppo, non siamo: giovani come i meravigliosi ragazzi dell’Antoniano ridotti   ombre assorbenti e sfatte stivanti notti assonnate e sfinite eppur  sempre grati di fronte a una vecchina canterina e sbieca, e illusi e confusi al cospetto di due ragazze francesi balbettanti e immotivate.
Come playboy alla deriva all’ennesima notte in bianco della propria vita.
Ditemi voi, cari lettori, se questo non è dannatamente vintage.
E’ così vintage da star bene in un film vacanziero dei Vanzina anni Ottanta.
Il guaio è che va in onda ancora adesso sul palco di Sanremo nel 2017 con la sciatta disinvoltura che si vedrebbe in una qualunque Isola dei famosi.
E’ questo, (liberati dall’elementare  ed esausto rimario di Alice Paba e Nesli, e le peccaminose  ma in fondo superflue intenzioni di Giulia Luzi e Raige), non è ammissibile.